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LYRIK-KONFERENZ   10

„Vielleicht hilft es uns“, schrieb Dieter M. Gräf in seiner Eröffnungsmail an Alessandro De Francesco, „wenn wir uns über post-poésie Gedanken machen, klarer zu sehen, wo wir derzeit stehen?“ Beide Dichter beschäftigen sich mit Entgrenzungen, mit anderen Medien, und haben in einer Korrespondenz für den poetenladen ihr Verständnis von zeitgenössischer Dichtung vorgebracht und weiter entwickelt. Nun werden sich weitere Dichter und Lyrikexperten äußern.
 
Flavio Ermini, was born in Verona in 1947. He is an Italian poet, writer and essayist among the most esteemed in the contemporary scene. Among his last books: Poema n. 10. Tra pensiero (2001), Il moto apparente del sole (2006), L'originaria contesa tra l'arco e la vita (2009). In 2007 Champ Social released in Italian and French his poetry-prose work Plis de pensée, with a foreword by Franc Ducros. He is editor-in-chief of "Anterem", an internationally renowned review of literature and research. He also leads the collection "Narrazione della conoscenza" for the Italian publishing house Moretti&Vitali. He lives in Verona, where he works as a publisher.
 

Zehntes Statement | Flavio Ermini

La passione del dire
Note sulla mia esperienza poetica

Que ma parole encore aille devant moi!
Saint-John Perse

0.

L'esperienza poetica è una discesa esistenziale verso il pensiero prelogico, originario; uno sprofondamento nel cerchio oscuro in cui la vita sconosciuta si è ritirata. Qui il pensiero sfida il modo in cui il discorso è ordinato.

1.

Il percorso conoscitivo sul quale ogni volta m'inoltro scrivendo porta verso la terra mattinale del principio, ovvero al cospetto di quel corpo materiale che viene per primo nell'esistenza e genera successivamente gli altri esseri.
Percorrere i tracciati verbali verso il principio - dov'è la questione della verità, cioè presso le cose stesse, che sono come sono: vere - significa per me allearmi con quella parola che richiede un esilio e un attenuarsi della luce; con quella parola che per prima ha udito il richiamo delle cose senza nome: una parola ante rem, che in sé torna a ospitare epos, logos e mythos, nell'autorivelazione dell'essere nel senso aurorale che non distingue tra parola ed essere.
L'intento è di accostarsi con sempre maggior approssimazione all'essenza delle cose, in un'ulteriore esperienza di verità. E poiché l'essenza delle cose non è mai data una volta per tutte, non è sbagliato pensare che venga inseguita in ogni nominazione.

2.

Quella parola, così come io la penso, muove da un'assenza e, attraverso il varco di un antro, fa irruzione fisica nella scrittura. Nasce dall'originaria necessità, propria della creazione, di dare forma all'essere. In essa resta l'impronta della non-ancora-parola che aspetta di emergere.
Non avrà commercio con il pensiero concettuale, né con la neutra rappresentazione; si spingerà oltre i confini delle norme grammaticali, verso la passione del dire poetico.

3.

In ogni mio libro volgo lo sguardo al mondo prelinguistico: ai tempi e ai luoghi del nostro stato aurorale, demonico, presenti più di quanto si creda in tante falde della nostra vita e delle nostre quotidiane esperienze.

4.

Il mio sguardo si emancipa dalla separatezza nei confronti del corpo e si dilata a tutti sensi: diventa percorso interiore di un'avventura del pensiero, che dischiuderà nella scrittura l'ampia superficie dell'Antiterra (proprio "quel cerchio oscuro in cui la vita sconosciuta si è ritirata" al quale accennavo), mostrando l'illusorietà dell'armonia tra terra e uomo.
Nella scrittura impongo con tenacia dispositivi sintattici e semantici che impediscono alla parola di trapassare direttamente nel significato. Sono dispositivi che comportano produzione di oggetti, non mimesi; e danno vita nell'ambito del senso a quel controsenso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli intorno a un centro ideale.
Attendo che tra la superficie dell'Antiterra e la custodia del controsenso si faccia avanti il soffio della leggerezza che accoglie nel cerchio della finitudine miraggi, cammini senza meta né fondo, nuovi campi di forze in assesta­mento incessante. L'anacronia è sempre all'opera, qui.
Lo spazio a cui la mia scrittura fa cenno è sconfinato. È fatto con le parole "terra" e "cielo". Le parole scendono dal cielo e salgono dalla terra: orme familiari di caduta e luce. La poesia finisce per coincidere con il respiro.
Questo spazio non è pensato per accogliere me, bensì per custodire l'autogerminazione della mia lingua. Questo spazio accoglie unicamente le possibilità inesplorate del linguaggio. Nell'alterità linguistica accade un po' di tutto e tutto è amalgamato da una ferrea volontà anticomunicativa. Qui il moto del sole garantisce con la sua apparenza il tempo e il controtempo, favorendo lirica e antilirica, quiete formale e vertigine verbale. Qui il discorso precipita e si addensa in problematici nodi che aprono nuove interrogazioni in una galassia mobilissima di varianti.

5.

La mia opera nel suo complesso ha l'ambizione di abbracciare il senso della tradizione letteraria autentica: risalire all'infinito verso l'origine, dov'è l'albale contraddittorietà delle cose; là dove ha luogo la contesa tra l'arco e la vita, arrestandosi di tanto in tanto per ascoltare le voci che hanno parlato prima di noi: Anassimandro, Eraclito, Sofocle, Platone, Petrarca, Vico, Hölderlin, Leopardi, Poe, Heidegger, Celan.
In quale modo? Affidandomi a un dire puramente rivelativo; imponendo così un'incessante interrogazione della parola che cerca di coincidere con il principio, per coglierne l'inesausta potenza e la promessa sempre rinnovata di avvenire che custodisce in sé.

6.

Intervengo su un piano linguistico anteriore all'esperienza storico-individuale e propongo la vitalità di una scrittura interrogante e adeguata ai mutamenti dell'anima, una scrittura che mantenga intatta l'energia di cui si alimenta.
Intendo la parola come spazio per un'attesa: l'attesa dell'essere e della sua manifestazione. La parola poetica inaugura tale spazio; istituisce il senso dell'essere come trama di un accadere, l'accadere poetico. Nell'ambito di tale evento l'uomo è coinvolto, messo in relazione con la distanza e con l'assenza.
Torno a far affluire il dolore sul volto dei nomi, esponendo l'essere alle insidie del mondo e del pensiero. Approfondisco la lacerazione tra la parola e la terra perduta, e cerco di rovesciarmi - con il mio respiro - in essa. Enuncio ciò che può essere di carne per disporlo a una realizzazione nel segno. Ricordo quando le parole erano semi che dovevano crescere e trasformare la natura di chi le ascoltava, inducendo una nuova consapevolezza.
Tendo un agguato alla parola assoluta, al fine di articolare all'interno del discorso quanto per sua natura è fuori dal discorso stesso, dato che non ha significato né può accedere a esso.

7.

La mia opera si articola in 14 libri, ognuno dei quali porta al principio, seguendo ogni volta una modalità diversa, ogni volta compiendo, pagina dopo pagina, all'incontrario il cammino che, nel consegnarsi alla vita - e dunque spaesandosi -, l'uomo ha compiuto. Non è marcata la distinzione tra poesia, saggistica, narrazione. Ogni volta una forma confluisce in un'altra. Talvolta diventa un'altra.
Sono passaggi che ci consentono di scendere nel profondo del principio, nel sottosuolo della storia, tra le archai, per contemplarne i congegni; aprendoci in tal modo alla possibilità di aggiungere una frase inedita al nostro discorso ripetitivo sul mondo.

8.

Compio un passo ulteriore su questo tracciato e, oltre che imporre la presenza dell'essere a una lingua elaborata per estirpare e polverizzare ogni elemento umano e mondano, opero per destinare nuovamente la parola alla nominazione delle cose e della loro essenza liberandola dall'obbligo di dire solo se stessa.
Vorrei che al cospetto del mondo la parola tornasse al compito di portare le cose in piena luce e rivelarle piuttosto che nasconderle e velarle. Vorrei restituire i lineamenti al volto delle statue collocate all'aperto, erose dagli agenti atmosferici; un volto caduto in una rotondità anonima: non più descrizione di uno stato d'animo definito, ma traccia della condizione verbale. Vorrei far emergere le forme di una personale pietas, in una compresenza di lingua e verità.
Il quadro dell'uomo è l'altrove che unisce l'io della parola al tu della relazione. Ci siamo cullati troppo a lungo nei sogni pigri di verità linguistiche assolute. Il dire è uno dei lembi della ferita. Il testo nella sua pienezza nasce nell'esposizione senza cautela alle cose.
Non smetto di ricondurre l'ignoto al noto, di frazionare il mistero per renderlo accessibile alla nominazione. Cerco di ricondurre la parola che esiste solo in quanto negazione dell'altro da sé a elemento di una frase dove suggerire nuovi sensi; in modo che nella nominazione possa coesistere un aspetto della cosa con il suo opposto: cioè la cosa prima della lacerazione inflitta dall'originaria nominazione.

9.

Nel farsi della mia scrittura si manifestano creature di cui so poco o nulla. Figure che pensano in una lingua che non hanno ancora pensato: la sorella del sonno, il padre divenuto cieco, il nemico mortale, i caduti, i guardiani della sfera, i discenti.
Le loro vicende non avvengono mai, ma sono sempre. Hanno luogo nel possibile che costantemente si ripete: la custodia terrena del cielo, il giardino conteso, la torre dell'antivita, l'ingannevole terraferma, lo zoo di pietra, lo spazio inerte del mare, la terra rovesciata.
Quelle figure e questi luoghi - insistentemente presenti nei miei libri - indicano che assentire al principio, conformandosi alla possibilità di una nuova scrittura, impone di testimoniare quanto avviene nell'immaginazione, al manifestarsi del vero.

10.

La mia ricerca si configura come una peregrinazione all'interno di un paesaggio di parola, senza il filtro di un sapere particolare che non sia l'insieme delle mie esperienze verbali verso il principio. Cerco di penetrare non solo nel mistero che sta negli interstizi fra i nomi, ma anche nel perturbante che alligna nei nomi stessi. Il dire appare nel paesaggio grazie al miracolo della percezione e dell'esperienza. Così avviene l'auto­rappre­sentazione dell'essere in mezzo al mondo e, intorno a lui, lo svelarsi del mondo stesso.
Quanto ai significati, la parola poetica è l'accadimento folgorante che fa segno nel movimento che li cancella.
I nomi tornano a essere la decisione intransitiva, l'iniziativa inaugurale che stringe insieme i tratti più disparati e differenti delle scene della vita. Ribadisco la possibilità di tenere insieme gli opposti che assillano la nostra esistenza.
La dimora dell'uomo – ovvero il linguaggio – è inquietante, non familiare, non consueta all'essere umano, che viene a trovarsi così estraneo nella sua dimora, non di casa nella sua casa. Il linguaggio poetico non fa che dimostrargli la sua radicale relatività.
Non è più come un tempo, quando dagli abissi infernali si perveniva nella regione celeste, a Itaca, alla terra aurorale.
La lingua poetica indica che ci sono tanti approdi, ma che manca quello finale. Da parte mia, non mi limito a segnalare qualcuno di quegli approdi, ma provo a farmi carico della vertigine che all'ultimo di essi è propria.
Flavio Ermini  21.08.2009  Druckansicht  Zur Druckansicht - Schwarzweiß-Ansicht   Seite empfehlen  Diese Seite weiterempfehlen
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